Thomas L. Friedman, l'interprete dell'era moderna
di Francesco Nonni

Per il «Center for Public Leadership» di Harvard è tra i 25 personaggi più influenti degli Stati Uniti, accanto a segretari di Stato, membri di Governo e «Chief executive officer» di multinazionali. E i suoi volumi, tradotti in 27 lingue, sono stati adottati come libri di testo nelle scuole e università più autorevoli d’Occidente. Thomas Lauren Friedman, editorialista e scrittore di fama mondiale, è «opinion leader» della nuova America, pensatore influente e precursore di tendenze globali.

Un vero e proprio «guru», che già da adolescente frequenta corsi di giornalismo «per apprendere i segreti della professione».

   

Dopo la laurea a Brandeis e la specializzazione a Oxford, inizia la sua collaborazione con il New York Times, ricoprendo tutti i ruoli di punta della testata, da inviato di politica interna, estera ed economica a corrispondente capo dalla Casa Bianca. Con trasversalità tratteggia, negli anni, la fine della guerra fredda, il conflitto israelo-palestinese, la modernizzazione del mondo arabo e l’impatto delle minacce terroristiche nel mondo. Da «foreign affairs» columnist del NYT pubblica editoriali ripresi da oltre 700 giornali e organi d’informazione sparsi in tutti i continenti. Ernesto Zedillo, ex presidente del Messico, tenta di spiegare il fenomeno Friedman: «Possiede un’incredibile capacità di osservare e interpretare quello che succede. In più, riesce a esprimere le sue idee con chiarezza e brio». Doti che gli hanno permesso di vincere tre Premi Pulitzer nel 1983 (per i reportage dell’invasione israeliana in Libano), 1988 (per l’analisi della prima intifada palestinese) e 2002 (per i suoi editoriali sul pericolo terroristico globale).

Scrittura immediata e diretta, posizioni che a volte risultano scomode. Ma lasciano sempre il segno. Così come i suoi libri, bestseller in tutto il mondo dal racconto del conflitto israelo-palestinese («From Beirut to Jerusalem», FSG, 1989) agli scenari del pianeta globalizzato e «appiattito» dai recenti progressi tecnologici («The world is flat», FSG, 2005), passando per «The Lexus and the Olive Tree» (FSG, 1999) e «Longitudes and Attitudes. Exploring the World after September 11» FSG, 2002). Fino ad arrivare all’ultimo saggio, «Hot, Flat and Crowded» (FSG, 2008) che lancia il paradigma della «rivoluzione verde» guidata dagli Usa, indispensabile per il futuro dell’umanità. Per profondità di contenuti e innovazione di pensiero si è aggiudicato, tra gli altri, il «George Polk Award», il «New Israel Fund Award», il «National Book Award», l’ «Overseas Press Club Award», il «Financial Times and Goldman Sachs Business Book of the Year Award» e l’ «Urbino Press Award».

«Camminavo per strada e mi è venuta un’idea. Me l’hanno anche pagata 50 dollari e da allora ho deciso di fare l’opinionista», dice parlando di sé con l’ironia che lo contraddistingue. Una scelta che l’ha reso popolare. Se è vero che, come spiega Gail Collins del NYT, «viaggiare con Friedman in Medioriente è come passeggiare in un centro commerciale con Britney Spears».

 
 

 

Un «codice verde» per salvare il mondo