Discorso di Michael Weisskopf
di Michael Weisskopf

Sono arrivato in Italia per la prima volta nel 1969. Stavo facendo un viaggio con l’università.  Erano gli anni in cui si poteva girare per tutta l’Europa spendendo 5 dollari al giorno. Con mille dollari si viaggiava per tutta l’estate.  In quel luglio stavo festeggiando il mio 22esimo compleanno in via Veneto, a Roma. Alle dieci di sera alcuni ragazzi avevano cominciato a correre lungo la strada vendendo le edizioni speciali di un giornale che aveva in prima pagina una vignetta che raffigurava un astronauta appena sceso sulla Luna tenendo in una mano la bandiera americana e nell’altra una confezione di Coca Cola. Era un’immagine molto semplice, ma aveva un simbolismo importantissimo. Rappresentava un grande percorso tecnologico, un vero trionfo della tecnologia di una società libera, pluralistica. Ricorderete che in quegli anni l’America era sempre rimasta indietro rispetto alla Russia, che con lo Sputnik era partita tempo prima. Quel giornale parlava dunque di una nuova era, con tutte le sue promesse e i suoi pericoli.

 

In quel periodo l’impegno a divulgare gli ideali democratici in tutto il mondo stava creando più pericoli che promesse. Gli americani cercavano di frenare il comunismo in Vietnam, ma in realtà si stavano auto-sconfiggendo perché non capivano il potere del nazionalismo e della storia. Nel contempo il giornalismo metteva in evidenza le bugie del governo americano, mostrando al pubblico la verità su tutti i problemi che gli Stati Uniti stavano incontrando in Vietnam. Verità che in seguito avrebbe fermato quella guerra.

A quell’epoca ero un ragazzo e il ruolo svolto dai giornalisti mi aveva colpito profondamente: il loro lavoro era in grado di fare la differenza. La stampa appariva come l’unica istituzione che di fatto in politica interna spingeva per una società giusta e guardando all’estero sosteneva le ragioni di una diplomazia ragionevole. La verità si stava rivelando più potente delle bombe che cadevano, sganciate dai B-52.  Più importante delle manipolazioni della politica o delle motivazioni delle multinazionali. In quel momento ho deciso di voler diventare una persona che raccontava la verità: un giornalista.

Ho cominciato la professione nel 1971. Il lavoro mi ha portato in varie parti del mondo. Nel sud degli USA quando i neri cercavano di avere riconosciuti i propri diritti; a Baltimora, fra i lavoratori, nei quartieri dove vivevano molti italoamericani. Poi in Iran, quando l’ayatollah Kohmeini guidava la rivoluzione islamica: la prima espressione di politica islamica del tempo.  Quindi in Cina, quando quella nazione tentava di liberarsi da trent’anni di maoismo. Il giornalismo mi ha portato nel centro del potere, a Washington DC. E infine mi ha condotto in Iraq. Vi ero andato per conto di Time. Dovevo scrivere la storia principale riguardante il «Personaggio dell’anno» del 2003. Come sapete ogni anno, a dicembre, la copertina di un numero della rivista viene dedicata alla persona che è stata giudicata la più importante dell’annata appena trascorsa. In quel caso la copertina era stata dedicata al «soldato americano». Arrivato in Iraq il mio compito era quello di descrivere la vita, il lavoro, la missione dei soldati USA sul territorio iracheno. Erano passate quattro settimane da quando avevo iniziato a trascorrere il mio tempo associato a un plotone di militari. Una notte stavamo facendo un pattugliamento con un convoglio di tre jeep. Ci eravamo fermati davanti a un mercato. Improvvisamente ho sentito «tank!»: il suono di un qualcosa di metallo che era entrato all’interno del veicolo. Ho guardato a destra e c’era qualcosa, un oggetto che non riconoscevo. Sono andato a prenderlo. Era molto caldo, così caldo che mentre lo stringevo sentivo la pelle della mia mano sciogliersi. L’ho tirato. Mentre lo tiravo, quell’oggetto, che in realtà era una granata, è esploso. Sono svenuto. Mi sono risvegliato dopo alcuni secondi. Ero sul fondo del veicolo militare, provavo un dolore fortissimo e non riuscivo a sentire il mio braccio destro. Era come se ci avessi dormito sopra e il braccio si fosse addormentato. Ho pensato fosse un incubo. Istintivamente ho sollevato il braccio e ho visto che la mano non c’era più. Vedevo sangue dappertutto. Ho avuto la sensazione che la mia vita se ne stesse andando. Credevo di essere sul punto di morire. In quell’istante mi sono chiesto: «E’ qui che finisce il racconto della verità?».

 
 

 Mi sono sentito un po’ patetico. Finire il racconto della verità su una jeep, sul fondo freddo di un veicolo militare, così lontano dalle persone che amavo. Ho perso nuovamente coscienza. Mi sono risvegliato un paio di ore dopo. Ero in un’unità di cura intensiva di un ospedale militare americano. Un infermiere mi si è avvicinato e mi ha detto: «Sei un eroe. Hai perso la tua mano, ma hai salvato diverse vite». In effetti, sul veicolo militare con me quella notte c’erano il fotografo di Time James Natchway e quattro soldati. Io non mi sentivo un eroe. Ero disorientato, avevo dei dolori fortissimi e una paura terribile. Non sapevo se sarei riuscito a sopravvivere, se sarei più stato in grado di guadagnare abbastanza. Avevo perso la mano con cui, come giornalista, avevo scritto per trent’anni. Dovevo guadagnare lo stipendio, avevo dei bambini, dei figli molto giovani ed ero un padre separato. Dovevo essere in grado di lavarli, lavare i loro vestiti, preparare loro la colazione, accompagnarli a scuola tutte le mattine. Ero arrabbiato. Ero arrabbiatissimo. Avevo fatto la classica mossa del cow-boy anziché quella del giornalista. Mi ero messo lì, su una macchina con dei soldati americani. Ero finito nel mirino dei terroristi. I soldati erano il vero obiettivo e io, come giornalista, ero lì con loro. Il mio compito era quello di raccontare una storia, ma per farlo mi ero messo in un pericolo così grande che ora non potevo più svolgere il mio lavoro, non potevo più raccontare quella storia. Mi sembrava di avere tenuto un atteggiamento veramente stupido. Avevo raggiunto il sogno di ogni giornalista: avvicinarmi il più possibile all’argomento da raccontare. Avevo però sacrificato la mia indipendenza d’azione avvicinandomi troppo all’oggetto del racconto. Avevo assunto l’aspetto di un soldato. Viaggiavo insieme ai soldati, ero diventato indistinguibile dai militari e naturalmente ero stato ferito come un soldato. Avevo perso la mano che mi serviva per scrivere. Ero distrutto. Provavo una grande rabbia. Avrei dovuto raccontare la verità e invece mi trovavo nel centro medico di Walter Reed, il più importante ospedale militare degli Stati Uniti, a Washington DC.

 

Ero il primo giornalista ferito in combattimento a essere curato in quel ospedale militare, nei suoi cento anni di storia. Entrato come paziente avevo visto una scena tragica: giovani uomini con la metà dei miei anni, feriti nel pieno della loro vitalità.  Erano stesi sui letti, tagliati come se fossero carne da macello. Erano sotto narcotici, circondati da tutte le cose che si trovano negli ospedali. I grandi sorrisi, i fiori e tutti i familiari che cercano di fare buon viso davanti alla tragedia. Le parolacce in inglese sono fatte di quattro lettere, sono parole molto brevi. C’è un’unica parola di quattro lettere che non veniva mai pronunciata da quei soldati: era la parola «eroe». Quei soldati non avevano bisogno di medaglie, di proclamazioni di eroismo. Loro credevano nella nobiltà del sacrificio. Avevano subìto una perdita traumatica per una causa giusta. Erano orgogliosi del lavoro che svolgevano in Iraq. Anche se il governo degli Stati Uniti aveva sbagliato nel parlare della presenza di armi di distruzione di massa e anche del collegamento tra Saddam Hussein e Al Queida. Anche se c’erano stati casi di uccisioni di innocenti. Alla fine l’esercito americano aveva fatto cadere il dittatore che aveva ucciso mezzo milione di iracheni. L’esercito americano aveva favorito le prime elezioni democratiche di quel Paese in cinquant’anni. I miei amici soldati erano molto orgogliosi di tutto questo.

Sono stato sottoposto al trattamento riabilitativo per l’intero 2004.  Tornato nella redazione di Time dopo tre mesi dall’incidente, continuavo a fare la riabilitazione. Il mio lavoro di giornalista era molto cambiato. Prendere appunti con la mano sinistra era molto difficile e molto lento. Usare il computer era altrettanto difficile. Avevo cercato di utilizzare delle tastiere speciali, per i mancini, quelle con tutti i tasti messi da un lato, ma la situazione non migliorava. Avevo provato a usare dei registratori, ma era molto complicato, perché poi occorreva trascrivere tutto e ci voleva troppo tempo. Inoltre, le persone non amano parlare davanti a un registratore. Ho perso la possibilità di fare delle interviste interessanti proprio perché proponevo di utilizzare il registratore. La mia vita era diventata difficilissima. Oltretutto avevo grande difficoltà a concentrarmi sulle cose di cui avrei dovuto parlare. Era il 2004, c’erano le elezioni presidenziali dove si contrapponevano il presidente Bush e John Kerry.  C’era la battaglia a Falluja, in Iraq, e vari altri grandi eventi. Trovavo difficile interessarmi a queste vicende, perché continuavo a pensare alle storie dei soldati che avevo incontrato nell’ospedale di Walter Reed. Persone che mostravano quale fosse il persistente impatto della guerra. Il loro ottimismo, il loro orgoglio, il loro desiderio di ritornare in Iraq con i compagni e continuare la loro vita era qualcosa di veramente eroico. Quella che avrei potuto raccontare era certamente una amara verità, ma di sicuro interessante e coinvolgente, al pari di tutte le altre storie che avevo scritto in passato: la crisi degli ostaggi in Iran; i fatti di piazza Tienammen; la relazione tra Clinton e Monica Lewinsky.
   

Un giorno mi trovavo in un reparto di terapia riabilitativa quando ho visto entrare un giovane su una sedia a rotelle. Aveva perso tutti e due gli occhi a causa di una bomba. Sulla testa aveva dei punti di sutura. Entrambe le mani erano amputate. Ho pensato: «Questo è il destino più crudele». Non solo quel giovane era diventato cieco, ma non aveva neanche le mani per reggere un bastone, oppure per leggere il braille. Si chiamava James, aveva 25 anni. Era un ingegnere da combattimento. Il suo compito era quello di disinnescare le bombe. Una di quelle bombe gli era scoppiata in faccia. Aveva una moglie che stava per dargli un figlio. Una cosa è parlarne, altra cosa è vedere tutto questo così da vicino. In quel momento ho fatto una riflessione: quel giovane e tutti gli altri amici che avevo incontrato a Walter Reed, lavoravano coi fucili, io invece lavoravo con le parole. Quello che dunque avrei potevo fare era raccontare la loro storia in un libro. Il loro idealismo aveva rinfrescato la mia passione per la scrittura.
Il mio libro, «Fratelli di Sangue», mi ha portato molte cose positive. Ho ricevuto un premio creato dalla famiglia di Daniel Pearl, per il coraggio e l’integrità nel giornalismo. Quando mi è stato consegnato il riconoscimento, la giovane vedova del giornalista mi ha introdotto ai presenti e quello che ha detto in quell’occasione mi ha fatto capire il vero significato della mia azione in Iraq. Quel giorno - ha affermato la moglie di Daniel Pearl - in quel veicolo, in quella jeep militare, ero stato un eroe. Un vero eroe, perché per tirare quella granata avevo utilizzato la stessa mano che usavo per scrivere, per raccontare la verità. Sopravvivendo, nonostante la perdita della mano, avevo conservato la libertà di espressione. Avevo battuto quei bastardi che credono in un’unica verità e vogliono uccidere la libertà degli altri di avere idee diverse dalle loro.

Il mio libro ha ricevuto anche l’attenzione dell’Urbino Press Award, e questo è un altro dono che mi è stato fatto, un dono dal cielo. E’ stato così che sono tornato in Italia quasi esattamente quarant’anni dopo quella scena del caffè di via Veneto, a Roma. Per me è un vero onore ricevere un premio a Urbino, la culla del Rinascimento, il centro della civiltà occidentale. Accolti dai nostri ospiti, in questi giorni io e mia moglie siamo stati immersi in una dimensione di saggezza e generosità degna della dinastia dei Montefeltro.
 

Vorrei ringraziare i rappresentanti della Regione Marche, della città di Urbino, della Provincia di Pesaro e Urbino, il presidente della Camera di Commercio, l’Agenzia speciale Aspin 2000, la società vitivinicola Monte Schiavo, Piero Guidi, il presidente dell’Urbino Press Award Giovanni Lani. Giacomo Guidi, il mio caro amico fashion designer che è lo sponsor dell’Urbino Press Award. E poi Gabriele Cavalera, portavoce del sindaco di Urbino, nonché segretario del premio Urbino Press Award. Alessandro Marcucci Pinoli, proprietario degli alberghi dove ho dormito, Hotel Vittoria a Pesaro e San Domenico a Urbino, il quale è stato un generosissimo ospite.
Ed è qui a Urbino che le idee e le culture del passato si sono trasformate nella modernità. Quando, con il Rinascimento, è rinato il potere degli uomini di controllare il mondo. Il giornalismo sta oggi vivendo il suo Rinascimento. E’ irriconoscibile rispetto a quell’edizione speciale del 1969 con l’uomo sulla Luna. Noi siamo parte di un mondo in cui le notizie arrivano continuamente, ventiquattro ore al giorno, sette giorni alla settimana, in tv, sul web. Oggi tutti possono scrivere un blog. Giornalisti con scarsa esperienza dominano la tv via cavo e il web. La semplice immagine di quell’astronauta di fine anni Sessanta appare in questo momento antica quanto un acquedotto romano. Questa esplosione di informazione, tuttavia, crea una certa nebbia. Non c’è una singola voce che appaia più autorevole delle altre. Il mondo è molto più complicato e pericoloso del passato, con le religioni integraliste che cercano di eliminare le idee del Rinascimento. C’è una superpotenza emergente, la Cina, che ancora è gestita da degli ipertotalitari. Ci sono i signori delle droghe che avvelenano le menti dei nostri giovani.
Oggi dire la verità è più importante che mai. Di fronte a questo pubblico così autorevole, in questo palazzo straordinario, nella città di Raffaello, nel luogo dove ha parlato anche il Castiglione, io mi impegno a dire la verità e di perseguire la verità.  Sempre.

Michael Weisskopf
Palazzo Ducale di Urbino, 9 maggio 2007

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