| «Come ho perso la mia mano, ma ho trovato me stesso» | ||||
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di Francesco Nonni Il 10 dicembre 2003 cambiò per sempre la vita di Michael Weisskopf, senior correspondent di Time magazine. «Il mio polso sembrava il collo di un pollo decapitato», racconta l’autore nelle pagine del libro, rievocando con particolari toccanti la concitazione di quei momenti. |
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Weisskopf alla cerimonia di annuncio del Premio a Washington, Ambasciata d'Italia, 18 aprile 2007 |
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Dopo le prime cure negli ospedali militari americani a Baghdad e a Landsthul, Weisskopf fu trasferito al Walter Medical Center di Washington, nell’ala riservata ai soldati invalidi, unico giornalista colpito in guerra ad essere ammesso nella struttura per le terapie con il benestare dei vertici dell’Esercito. Inizia quindi un lungo e tormentato cammino verso la riabilitazione, dove la vicenda personale del giornalista si mescola alle storie di altri giovani soldati mutilati: background differenti, età diverse ma gli stessi ostacoli e le stesse sensazioni nell’affrontare le traversie psicologiche causate da una condizione di menomazione fisica. Per lo scrittore, tormentato a lungo dalle «allucinazioni agli arti amputati», la malattia che colpisce tutti gli invalidi, la speranza di poter recuperare almeno parzialmente la funzionalità della mano destra grazie a una protesi «bionica» si rivela ben presto illusoria. Così, vinte le paure e i disagi iniziali il giornalista sceglie di ridefinire radicalmente la sua identità: adotta una protesi visibile, con un uncino che diventa il suo marchio di fabbrica, da esibire in pubblico come segno della sua dignità morale, di un coraggio universalmente riconosciuto e di un’onestà che trova il rispetto e l’amore dei suoi familiari.
link: Michael Weisskopf, l'investigatore |
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